25 Feb

Trasformare il conflitto

Ci alleniamo quotidianamente anno dopo anno sul tatami e approfondiamo quei principi base che sono le radici del fare aiki. Acquisiamo con sempre maggiore profondità una padronanza del movimento e di quella attitudine mentale che ci permetterà di poter decidere liberamente la risoluzione del conflitto, simboleggiato dalle polarità tori/uke, attacco/difesa.

Nel dojo il lavoro è inevitabilmente relazionale e il conflitto, inteso come attacco da gestire, risolvere e superare, è insito nella natura stessa dell’allenamento. Sebbene il fine dell’allenamento non si limiti allo sviluppo di tecniche marziali, e un sistema di meditazione completo quale il Tada Juku ci permette di lavorare da subito su corpo, mente ed energia contemporaneamente, indubbiamente si parte dal corpo, si lavora sul corpo ed il nostro corpo sarà la pietra grezza da sgrossare lungo tutto il nostro percorso aikidoistico.

Ma quando vogliamo agire la trasposizione delle conoscenza acquisita nell’aikido, al livello della dinamica interpersonale ovvero in tutte quelle sfumature di rapporto che vanno dal sereno comunicare alla più violenta e prevaricante aggressione verbale, quegli stessi strumenti, quella conoscenza esperienziale che abbiamo con fatica fatto nostra sul tatami rimane spesso assopita, indisponibile, quasi introvabile, come se ci fosse il bisogno di un certo tipo di attivazione e di traduzione (nel senso etimologico di trans ducere) perché essa divenga utile, fruibile ed efficace anche ad un livello che è essenzialmente mentale ed emotivo.

Non è difficile, una volta acquisita una certa esperienza di pratica, intuire quali sono i blocchi, le tensioni, gli squilibri sui quali dobbiamo lavorare per perfezionarci nel fare aiki con il corpo. Con continuità e costanza, il processo di miglioramento tecnico è solitamente naturale: l’avanzamento è graduale ma è visibile e tangibile.

Miglioriamo dunque la tecnica progressivamente, e gli esami di passaggio di grado dovrebbero esserne la testimonianza. Ma a livello mentale/emotivo, nella gestione del conflitto nella vita di tutti i giorni fuori dal tatami, è così automatico e scontato un conseguente e parallelo miglioramento? La risposta è, semplicemente, no. Possiamo aver raggiunto il 6° dan di aikido, ma nella relazione con l’altro o anche nella gestione interna dell’inevitabile attrito che nasce dal gioco delle polarità di cui è composto l’esistente, è possibile essere rimasti un 6° kyu.

Vedere i blocchi, le tensioni non necessarie, e tutto ciò che limita la nostra capacità di esprimere noi stessi e di rimanere centrati e neutrali nel confronto con l’altro – ma anche con noi stessi – è uno degli scopi fondamentali della Dinamica Relazionale. Si tratta di un lavoro di gruppo che da un punto di vista metodologico ha molte assonanze con alcune moderne tecniche di psicoterapia di matrice sistemico-relazionale, specificamente pensato per funzionare in sinergia con la tradizionale pratica dell’aikido. È importante sottolineare che non si rivolge a persone con disturbi mentali: non è una psicoterapia di gruppo. È anche importante evidenziare il fatto che questo corso è assolutamente facoltativo: si può benissimo frequentare solamente il corso di aikido. E naturalmente non è un’alternativa al corso di aikido ma un lavoro che mira a completare la ricerca di sé includendo il piano psichico.

Il comune denominatore tra la lezione di aikido e la Dinamica Relazionale si chiama “trasformare il conflitto”. Il fine più elevato di entrambi questi ambiti è la ricerca personale, quel percorso interiore che mira ad aumentare la consapevolezza di sé e conseguire uno stato di maggiore benessere. L’antico “conoscere se stessi” è dunque la stella polare che orienta il lavoro sinergico di aikido e dinamica relazionale proposti dalla nostra Associazione.

17 Feb

Praticare da soli con il neribo 合気道の一人稽古で使用する練り棒

合気道多田宿の練り棒 Il neribo usato dagli allievi del Maestro Tada Hiroshi al Gessoji Dojo (Tokyo)

Il neribo è un valido ausilio alla pratica da soli, in giapponese 一人稽古 hitorigeiko. Il Maestro Tada, che ha dato il nome a questo “strumento”, ci spiega che ogni tecnica di aikido va praticata almeno 10,000 volte per una conoscenza base, e almeno 100,000 per divenirne esperti. E quindi giustamente osserva: si può anche praticare 100,000 volte ikkyo con un amico, ma deve essere invero un buon amico!! Decisamente più fruibile il nostro neribo: sempre disponibile e mai stanco!

Il neribo che suggeriamo di usare, è quello con caratteristiche simili al modello ideato dal M° Tada per i suoi allievi dei dojo collegati al Tadajuku. Naturalmente si possono creare neribo di diverse dimensioni, a seconda delle proprie preferenze e necessità . Il Maestro di fatto utilizza diverse “versioni”, tra cui una più piccola “da viaggio” che ha mostrato diverse volte nei seminari in Italia.

Il Maestro Tada illustra come usare il neribo in una lezione all’Hombu Dojo.

In questa tabella riassumiamo peso e dimensione del neribo “standard”.

lunghezza40,5 cm
diametro5,8 cm
peso968 gr
tipo legnoquercia bianca giapponese (Quercus myrsinifolia, in giapponese 白樫 Shirakashi) o quercia rossa giapponese (Quercus acuta, in giapponese 赤樫 Akagashi) *

* Sulla questione “quale tipo di legno scegliere” si potrebbe scrivere un libro. E’ un tema di cui parleremo in modo più approfondito in un articolo che uscirà prossimamente riguardo bokken, jo e tanto.

Nella foto, la smussatura del neribo.
Col tempo e con la pratica la superficie del neribo diventa sempre più liscia e più piacevole al tatto.
27 Gen

meccanica quantistica, aikido e Magna Grecia: riflessioni aspettando una nama biru

Un carissimo amico (non a caso natìo della Magna Grecia), mi ha chiesto una mia traduzione dei versi del Fondatore che ultimamente il Maestro Tada cita durante i raduni:

誠をば

さらに誠に

練りあげて

顕幽一如の

真諦を知れ

Traduzione di Paolo Calvetti:

Sulla Verità

Con altra Verità

Lavora

E conosci la Verità assoluta

Dell’unità della materia e dello spirito

Non avendo di meglio da fare in questo freddo lunedì di gennaio, accetto l’incarico in parte in cambio di una nama biru. Perchè in parte? Perchè trovo la traduzione di Paolo Calvetti assolutamente corretta e, direi anche molto banalmente, bella. Questa richiesta però mi ha portato a voler condividere non tanto uno studio tecnico-linguistico o una traduzione alternativa, ma piuttosto una riflessione più ampia stimolata proprio da una analisi inizialmente linguistica.

Forse può essere utile ricordare una traslitterazione dei versi:

Makoto oba

Sara ni makoto ni

Neriagete

Kenyū ichinyo no

Shintai o shire

Cominciamo con “Makoto oba”. Makoto si traduce naturalmente con “verità”. L’uso di “-oba” è molto particolare. È una forma ormai desueta, che appartiene ormai solo ai testi antichi del Giappone, e funge semplicemente da rafforzativo. Da enfasi alla parola che precede.

“Sara ni” e “makoto ni” si possono intendere in vari modi. Qui la scienza del linguista deve necessariamente lasciare spazio all’arte del traduttore.

Sara ni vuol dire “oltretutto”, “ancora”, “ulteriormente”, etc.; makoto ni si può tradurre con “veramente”, “sinceramente”, gli inglesi direbbero “truly” per intenderci.

A prescindere dal modo in cui decidiamo di tradurre questi primi due versi, indubitabilmente non possiamo non accorgerci di una forte, marcata sottolineatura del concetto di “verità”, del “vero”.

Davvero un grande peccato non potermi confrontare con il buon Salvatore Mergè sull’argomento, ma azzardo l’ipotesi che anche lui, leggendo questi versi, fu piacevolmente colpito da alcune assonanze con la Tavola di Smeraldo attribuita ad Ermete Trismegisto:

“Verum, sine mendacio certum et verissimum, quod est inferius, est sicut quod est superius, et quod est superius, est sicut quod est inferius: ad perpetranda miracula rei unius. […]”

“È vero senza menzogna, certo e verissimo” ricorda molto appunto l’attacco: “Makoto oba / Sara ni makoto ni”.

E ancora, il gioco dell’apparente dualità “superius/inferius” della tabula smaragdina rimanda alla parola giapponese 顕幽 dei versi di O’Sensei, composta dai due kanji ken=chiaro, evidente, manifesto e yū=appartato, oscuro.

Abbiamo poi quel “neriagete” (forgia e forgiati, lavora incessantemente, affina e raffina con forza e dedizione) del Fondatore che sembra un comando, una ammonizione. Neriageru è una espressione che riprende spessissimo il Maestro Tada a lezione sia al Gessoji dojo che in Italia, e che si può dire essere l’essenza se vogliamo del Kinorenma.Non a caso un’altra forma del kanji del verbo neru るè る, scelta dal Maestro per dare un nome alla parte più importante e centrale del suo insegnamento: il Kinorenma (気の磨). Questa stessa idea, anzi esortazione, al lavoro inteso anche come sforzo pratico e continuo (mi viene l’immagine del fabbro, dell’incudine, maglio e fucina) la troviamo nella tabula:

“Separabis terram ab igne, subtile a spisso, suaviter cum magno ingenio.”

Lavorare su cosa? Sulla Verità. In che modo? In modo vero, autentico come forse direbbe Heidegger.

“ […]ad perpetranda miracula rei unius”, per fare i miracoli di una sola cosa… confronta con “E conosci la Verità assoluta/Dell’unità della materia e dello spirito”.

Forse dicono la stessa cosa, o forse indicano la stessa direzione, sta di fatto che ho l’impressione che se avessimo potuto far leggere questi versi di O’Sensei a Newton o a Paracelso, così per dirne due a caso, io credo che avrebbero fatto fatica a credere che provenissero da una terra così tanto più lontana dell’antico Egitto.

Non è certamente questo l’ambito adatto per considerazioni filologiche sulla provenienza della tabula, né tanto meno lo è per una discussione su linee di convergenza tra l’ermetismo filosofico e l’aikido.

Di fatto questi ma anche molti altri versi di O’Sensei parlano e alludono ai grandi problemi filosofici che da sempre coinvolgono l’uomo. Andando un pochino più a fondo nell’insegnamento del Fondatore ci si trova necessariamente coinvolti in una riflessione interiore, quasi sempre ontologica ed epistemologica, che solo apparentemente sembra lontana dal metodo e dallo scopo dei grandi problemi alla base della tradizione filosofica occidentale. Dai presocratici a Heidegger fino ai contemporanei, possiamo trovare importanti spunti di riflessione tra l’aiki e la nostra tradizione filosofica, per non parlare poi di tradizioni non propriamente filosofiche in purezza quali appunto l’ermetismo. Ma noi siamo praticanti di aikido non studiosi accademici (d’altra parte la filosofia si fa!), e allora planiamo nuovamente sul tatami e sentiamo quello che ha da dirci il Maestro Tada a riguardo. O meglio, chiediamoci: perché questi versi, ora?

Di recente il Maestro Tada ci parla spesso di meccanica quantistica. Semplificando al massimo, e sicuro nel profondo sdegno da parte di fisici e ingegneri, si può riassumere in parte il senso del suo discorso all’interno della narrativa più ampia che è suo insegnamento, in questo modo: se provi ad osservare le particelle elementari, nel momento stesso che lo fai esse muteranno, si trasformeranno, essenzialmente saranno diverse. Per osservare, devi illuminare ma la luce che userai cambierà ciò che stai ricercando. Il metodo stesso ha conseguenze sull’oggetto dell’indagine in un esperimento. Naturalmente non si tratta di mera epistemologia. Sul tatami, se il tuo compagno di pratica avverte a livello inconscio la tua intenzione di eseguire una tecnica, questo avrà delle conseguenze, che saranno riscontrabili in una conseguente alterazione, o forse dovremmo parlare più precisamente di attivazione, anche – ma verosimilmente non solo – a livello inconscio. Le conseguenze di questo tema sono, invero, di portata estremamente profonda e significativa a tutti i livelli.

Se volessimo giocare ancora con il suggestivo e seducente trastullo che è l’andare a cercar punti di unione tra la filosofia nostrana e il pensiero orientale declinato in chiave aikidoistica, è come se, usando i versi e parlandoci di fisica quantistica, Tada sensei ci aiutasse in fondo a depotenziare e disinnescare l’antica, violentissima faida tra empiristi e razionalisti. Certamente non come farebbe Kant, per citarne solo uno: qui si tratta di un modo di vivere il superamento delle polarità, e quello che, nel mio piccolo, ho colto per un attimo fugace, anzi più precisamente fulmineo, è che non si può sperare di uscire indenni dal mondo delle polarità se lo si affronta in uno stato interiore di dualità. Ma questo è un discorso che ci porterebbe ad essere molto terra-terra, e io già sento i professoroni delle università sbuffare, e così concludo i miei dieci centesimi di contributo su questo tema aspettando la nama biru promessa dell’amico, che molto magna e poco Grecia!

21 Mar

TADA HIROSHI SHIHAN Bologna 13/14 Aprile 2019

Raduno Nazionale Primaverile
Bologna 13/14 Aprile 2019
Centro Sportivo Bernardi – Palestra Moratello
c/o Giardini Lunetta Gamberini – Via Casanova 11
Diretto da: TADA Hiroshi Shihan 9°Dan – Direttore Didattico Aikikai d’Italia

per maggiori informazioni:
https://www.aikikai.it/index.php/bacheca/avvisi/item/55-bologna-stage-nazionale-di-primavera